Il rito precristiano del culto dei serpenti si è intrecciato in modo indissolubile, a partire dal Seicento, alla devozione per Domenico abate, il santo protettore dal morso dei serpenti, dalle aggressioni dei lupi e dal mal di denti.
A mezzogiono, finita la messa, la sacra statua avvolta in un groviglio di serpi, viene portata a spalla in processione.
Si tratta di serpi innocue, comuni in questi luoghi, catturate sul finire della stagione fredda dai serpari e mantenute vive entro teche di legno fino al giorno della festa, quando, prima della processione, i serpari si esibiscono avvolgendoseli intorno al corpo.
Sono proprio i serpari i protagonisti di questo arcaico rito che simboleggia la lotta tra natura e cultura. Essi sono gli eredi di antiche stirpi di manipolatori di serpenti: i Marsi, gli Psilli, gli Ofiogeni. Addomesticano i serpenti vincendo la natura selvaggia e riconciliano l'uomo con la bestia.
Ragazze in costume tradizionale recano canestri colmi di ciambellati (grandi ciambelle decorate con confetti) che alla fine saranno offerti ai portatori.